Testimonianza di volontariato

Posso dire che la mia vita è legata da sempre alla Casa d’Accoglienza.

Da quando avevo 17 anni (ora ne ho 45) conosco e vivo la Casa d’Accoglienza. Ho iniziato come volontaria, e tutt’ora lo sono, e poi il mio cammino ha voluto che diventassi mamma affidataria e poi in seguito adottiva.

L’essere volontario alla Casa d’Accoglienza riempie la vita: dai affetto, ma ne ricevi molto di più dai bambini e dalle mamme.

E’ uno scambio di amore che si respira nell’aria.

Ho iniziato da giovane, vedendo le cose in una certa maniera e crescendo vedendole con più consapevolezza e maturità.

E’ capitato che diciassette/diciottenne dovessi dormire con una mia coetanea e la sua neonata e svegliarla nella notte e aiutarla a dare da mangiare alla piccola. Io che di problemi, in fondo, non ne avevo mi ritrovavo a riflettere nella notte e poi il giorno dopo, a parlarne con mia mamma o con le amiche che spesso non capivano….

Poi la Casa aprì la struttura di Via Trieste a Belgioioso, dove vengono accolti i neonati e le mamme con figli che hanno bisogno di accoglienza urgente e da quel momento dedicai il mio tempo a quei bambini.

Devo dire che nelle mie scelte legate alla Casa ho sempre avuto con me la mia famiglia che mi ha aiutato e sostenuto.

Ho avuto la fortuna di conoscere il fondatore Don Leo Cerabolini: un uomo e sacerdote meraviglioso che credeva nella Vita e che fino all’ultimo ha lottato per questa.

Ha sempre creduto e amato i bambini e le mamme in primis e poi i volontari che sempre sosteneva, guidava e incoraggiava.

Io ho sempre visto Don Leo con un bambino vicino, per mano, in braccio. In casa sua c’erano sempre bavaglie sporche sul tavolo e altre pulite da usare all’ultimo minuto.

Ho sempre sentito Don Leo parlare dell’affido. Ne parlava con amore, con trasporto. Credeva in questa grande potenzialità per i bambini, ne parlava con entusiasmo. Lo promuoveva.

Io sono cresciuta pensando e credendo che, anche da single, avrei accolto un bambino.

Poi ho conosciuto mio marito, ho coinvolto anche lui nell’esperienza alla Casa. Dopo sette anni di matrimonio abbiamo fatto un percorso di preparazione all’affido, chiamiamolo così, una serie di incontri con psicologa e assistente sociale che ci hanno messo a dura prova: domande su domande, ragionamenti, supposizioni. Da questi colloqui, che duravano circa un’ora, uscivamo sfiniti e provati. Comunque li abbiamo portati a termine. Poco tempo dopo ci chiamano e ci propongono l’affido di una bambina di quattro anni. Ci spiegano la storia e accettiamo. A quel punto ricominciano altri colloqui e alla fine siamo costretti a rinunciare perché le condizioni poste dai servizi erano per noi inaccettabili.

Passarono tre anni. Ormai avevamo messo da parte l’idea dell’affido, quando la vigilia di Natale mi chiama Giovanna Vitali, insieme a Don Leo fondatrice e anima della Casa, che mi chiede se eravamo sempre interessati all’affido, che dei servizi avevano chiesto una famiglia per una piccola di quattro anni ospite della Casa e Roberta insieme a lei avevano pensato a noi.

La cosa ci lasciò senza parole: era un periodo un po’ difficile per noi a causa di problemi di salute di mia suocera. Le chiesi di risentirci dopo le feste. E così è stato. Il 7 gennaio 2011 ci siamo incontrati con Giovanna, Don Antonio (“successore” di Don Leo) e Roberta Vitali (responsabile della struttura di Via Trieste dove era ospite la bambina).

Ci hanno parlato di lei, mostrato qualche foto e a noi si è riempito il cuore di gioia. Abbiamo deciso di conoscerla, perché nonostante tutto, nonostante fossi volontaria in quella struttura, per diversi motivi ero mancata per un periodo alla Casa e noi non l’avevamo mai vista. Prima però di incontrare la piccola ho posto una condizione che dovevano far presente ai servizi sociali della bambina: che né io né mio marito volevamo interrompere i legami con la Casa. Capita spesso che questo accada e noi non eravamo assolutamente d’accordo.

Così è stato abbiamo prima conosciuto la bambina, poi i servizi che si sono dimostrati veramente aperti e hanno dimostrato fiducia in noi da subito e con cui abbiamo costruito negli anni un ottimo rapporto nell’interesse di tutte le parti.

Abbiamo iniziato un periodo di conoscenza reciproca con la bambina che è durato nove mesi, fatto di giornate nella struttura in cui era accolta, telefonate alla sera, uscite per il gelato, per la spesa, fino ad arrivare a passare un week end intero da noi, fino a liberare un cassetto dell’armadio per metterci il pigiama e un cambio di vestiti, fino ad arrivare a casa definitivamente il 1 settembre 2011 con una valigina con i vestiti, i giochi e tutti i suoi perché e dubbi irrisolti.

Il 18 novembre 2012, in occasione della festa che si celebra ogni anno alla Casa d’Accoglienza “Buon compleanno Don Leo” in cui si ricorda il compleanno del fondatore, abbiamo battezzato nostra figlia. E’ stata una grande festa piena di gioia!

Questi anni non sono stati semplici: nostra figlia ha dovuto vivere tanti cambiamenti. Ha dovuto fare ordine nella sua testolina. Ha dovuto affrontare la perdita della nonna a cui era molto legata, a convivere con il pensiero di una mamma biologica che c’è, ma non c’è. Ha continuato a vedere regolarmente il papà, presso la Casa, una volta al mese per un’ora insieme ad un educatore.

Abbiamo continuato a frequentare la Casa. La nostra bambina ha capito che lì eravamo di passaggio e che poi tornavamo a casa nostra. Abbiamo mantenuto i rapporti con i volontari che l’avevano conosciuta durante la sua permanenza alla Casa, in particolare con una famiglia presso cui, una volta ogni tanto, va a passare il sabato o la domenica, ma con cui ci sentiamo regolarmente al telefono.

Ricorda sempre con affetto i bambini cresciuti con lei e gli educatori, anche se questo non è il termine corretto perché sono molto di più, che le hanno insegnato a parlare, a camminare a credere e fidarsi di nuovo del prossimo.

A gennaio 2015 abbiamo presentato al Tribunale dei Minori competente la richiesta di adozione a fini speciali. Il 16 giugno 2015 (giorno del nostro anniversario di matrimonio) abbiamo sostenuto un colloquio con un giudice onorario e il 10 novembre 2015 (giorno del mio compleanno) abbiamo ricevuto la notifica dal Tribunale che finalmente la piccola era nostra figlia. Da allora porta il nostro cognome anteposto al suo.

Un altro passo in avanti, una sicurezza per lei. Nostra figlia continua a vedere il padre quattro-cinque volte l’anno e a sentirlo al telefono.

Non so cosa ci riserverà il futuro, ma questo penso sia un quesito comune a tutti i genitori.

Questi anni non sono stati facili né per lei, né per noi. Tante situazioni da affrontare, soluzioni da trovare, abbracci infiniti che a volte sembra che non servano a niente. Incoraggiamenti e frustrazioni. Il dire: – ma chi me lo ha fatto fare! – e subito dopo pensare l’esatto contrario.

Attualmente una domenica al mese andiamo tutti e tre in Via Trieste, là dove è cresciuta, per il nostro turno di volontariato.

Io credo che dietro a tutto questo ci sia Don Leo che mi/ci ha accompagnato e accompagna in questa scelta e conseguente cammino. Il mio cerchio si è aperto come volontaria in Via Trieste e là si è chiuso come mamma.

Ma la vita va avanti e tanti bambini hanno bisogno di noi e hanno diritto ad una mamma e ad un papà. I dubbi, lo scoraggiamento a volte è forte, ma bisogna avere fiducia in noi stessi e nei piccoli che ci vengono affidati. Ritengo che una coppia che decide di “affrontare” un affido debba fare un periodo di volontariato alla Casa. Vivere e scontrarsi con la realtà di questi bambini aiuta a capire e valutare se si è pronti per un passo del genere.

Spesso si pensa di portare a casa un bel pacco, di scartarlo e viverlo con gioia, con soddisfazione. Certamente la gioia e la soddisfazione sono sempre superiori alla tristezza e alla frustrazione, ma bisogna sempre tenere conto che questi piccoli, pur piccoli, hanno già vissuto problemi più grandi di loro, che felici per la famiglia che li accoglie, certamente devono fare i conti con quella biologica. E’ un continuo sfidarsi, mettersi alla prova, una “battaglia” continua.

Questi piccoli non arrivano come un pacco bello, ma arrivano con una valigina virtuale che a volte aprono e ne esce di tutto e di più e bisogna essere pronti ad affrontare tutto. Si diventa psicologi, maestri, assistenti, etc…insomma genitori che devono avere una marcia in più.

Cristina

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